Nature Writing: ascoltare la natura per agire

Di Simone Bachechi

«Ho cercato di scoprire, fra i rumori delle foreste e delle onde, parole che gli altri uomini non potevano sentire, ed ho drizzato le orecchie per ascoltare la rivelazione della loro armonia»
Gustave Flaubert

Vladimir Nabokov, fin dalla tenera età, era un grande amante delle farfalle. Lo racconta ampiamente nel secondo capitolo del libro Parla, ricordo (Adelphi, 2010): l’entomologo ed esule russo prestato alla letteratura vedeva le lettere dell’alfabeto tutte a colori, l’esperienza letteraria diventava esperienza sensoriale e in questa sinestesia è insita la bellezza delle sue opere.

I gatti vantano innumerevoli ammiratori tra i protagonisti del mondo delle lettere. Da Ernest Hemingway a Charles Bukowski, da Colette a Carmelo Bene (quest’ultimo dirà in seguito alla morte dell’amato felino: «È stato l’unico amico mio… se tanto mi duole non dev’essere poi così lontano, con lui non ho mai capito chi facesse il verso all’altro»). Flannery O’Connor amava i pavoni mentre Jonathan Franzen è da sempre un appassionato di ornitologia e soprattutto un cultore del birdwatching tanto da dedicare degli interi saggi ai volatili come in Gli uccelli sono importanti, approfondimento contenuto nella raccolta di suoi scritti di non fiction dal titolo La fine della fine della terra (Einaudi, 2019), che tante polemiche ha suscitato da far muovere contro di lui l’accusa di negazionista climatico.

La scrittura saggistica che esplora l’importanza degli animali nel tessuto narrativo dei più grandi rappresentati letterari del Novecento sembra ormai essere un filone consolidato per molti romanzieri del nostro tempo, così come le ibridazioni tra fiction ed essay che indagano lo stretto rapporto tra l’uomo e l’ambiente circostante, sia esso esclusivamente vegetale o animale.

Per rimanere oltreoceano basti pensare al Jonathan Safran Foer di Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi (Guanda, 2019), nel quale l’altro ci dirà scrive: «Nessuno se non noi distruggerà la terra e nessuno se non noi la salverà… Noi siamo il diluvio, noi siamo l’arca», oppure al suo libro Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? (Guanda, 2010) in cui denuncia l’orrore degli allevamenti intensivi.

Su altre tematiche, ma pur sempre legate all’analisi critica della complessità ambientale del presente, vale ricordare Il cerchio di Dave Eggers (Mondadori, 2014), opera nella quale, con gli strumenti della fiction, viene affrontata un’altra delle più dirimenti questioni della nostra epoca: la supremazia pervasiva della tecnologia nel nostro mondo, nello specifico quella dei social media con i loro effetti di assuefazione e dipendenza che tendono a distorcere il rapporto uomo-ambiente.

Restando nel perimetro del tema ambientale, come non ricordare Amitav Ghosh, ospite di eccezione in collegamento streaming nell’edizione 2020 di Umbria Green Festival. Lo scrittore, giornalista e antropologo indiano, autore, tra le altre, dell’opera La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile (Neri Pozza, 2017), è una delle voci più autorevoli a occuparsi dei drammatici mutamenti che stanno avvenendo per mano dell’uomo sul nostro pianeta, mutamenti che stanno mettendo a serio rischio lo stesso destino dell’umanità.

Avvicinandoci ai giorni nostri, sono sempre di più gli autori che, attraverso diversi linguaggi e con approcci metodologici differenti, riflettono sul delicato equilibrio che unisce l’uomo alla Terra. Il cosiddetto Nature Writing sta vivendo un momento felice. Ravviso nei volumi che rientrano in questa categoria editoriale il simposio perfetto che coniuga scienza e umanesimo, il connubio migliore per guardare al futuro prossimo con occhi attenti e orecchie in ascolto per udire le rivelazioni di cui parlava Flaubert.