E se smettessimo di fingere? I cambiamenti climatici spiegati da Jonathan Franzen

Di Simone Bachechi

Il breve volume di Jonathan Franzen, da poco edito da Einaudi nella traduzione di Silvia Pareschi, ha un titolo che è già una provocazione: E se smettessimo di fingere? Il sottotitolo non è da meno: Ammettiamo che non possiamo più fermare la catastrofe climatica.

Si tratta di un articolo sul cambiamento climatico e la biodiversità apparso sul “New Yorker”, accompagnato da un’intervista rilasciata da Franzen al periodico tedesco “Die Literarische Welt”. L’articolo inizia con il ribaltamento di un aforisma di Kafka sulla speranza: ove l’autore della Metamorfosi scrive «C’è molta speranza, infinita speranza, ma non per noi», questo diviene in Franzen «Non c’è nessuna speranza tranne che per noi». La tesi provocatoria fa apparentemente a pugni con la narrazione oramai decennale proveniente da più parti circa la necessità di “fermare” il cambiamento climatico, narrazione che suggerisce che ci sia ancora tempo per impedirlo, indicando in teoria anche gli strumenti necessari, salvo dover ammettere (ci dice Franzen) che anche questi sono inadeguati e comunque introdotti fuori tempo massimo.

Nessuno, nel campo politico, viene è risparmiato dal suo j’accuse, né la destra reazionaria e negazionista, né la sinistra progressista. In particolare, ci dice ancora Franzen, proprio i proclami e i buoni propositi della sinistra sembrano cozzare con la realtà dei fatti che vuole le prossime generazioni, se non proprio la nostra, impegnate a pensare «ogni giorno invece che alla colazione alla morte».

Due domande sorgono spontanee: la prima è se Franzen abbia ragione, e questo innescherebbe più profonde riflessioni sul ruolo degli intellettuali e su quello degli scienziati riguarda proprio le azioni concrete, cosa fare adesso? Franzen dimostra di non volersi sottrarre alle domande e, lungi da voler dare delle risposte definitive, suggerisce la strada da percorrere.

Oltre quaranta anni fa Jim Morrison cantava, in Ghost Song con i suoi The Doors, «Tutto è in frantumi e danza». Oggi possiamo aggiungere, come ci suggerisce Franzen, che ci troviamo esattamente nell’occhio del ciclone, quella regione di quasi calma dove, a dispetto della catastrofe che ci gira minacciosamente attorno, siamo ancora in grado di vivere come nella comfort zone delle nostre case, non abbiamo ancora raggiunto la Zona Disagio che minaccia le nostre vite.

Il pensare all’oggi e non al domani è dato dalla naturale difficoltà della percezione del pericolo da parte dell’uomo, essere limitate nel tempo e nello spazio, il quale tuttavia, come asserisce Franzen, dovrebbe proprio guardare all’oggi invece che al domani e a concetti di speranza, unendo l’espressione di “cambiamenti climatici” ad azioni concrete volte a rimandare e si auspica evitare la catastrofe, iniziando a parlare, ad esempio, di crisi della biodiversità: «Prendendo in prestito il linguaggio dei consulenti finanziari, consiglierei un portafoglio di speranze più bilanciato, alcune a lungo termine, la maggior parte a più breve termine».

Per dare un senso alla parola speranza è necessario l’amore (senza il quale non c’è nessuna speranza che valga la pena coltivare) e la gentilezza. Jonathan Franzen forse vuole solo dirci che questa è l’ultima chiamata per la Terra e che tutti potremmo rispondere e salvare noi stessi e i nostri figli prendendoci cura di ciò che abbiamo più vicino nel nostro quotidiano, ogni singolo giorno, “Quello che è nascosto e così in bella vista” come diceva il suo carissimo amico e compianto “collega”, David Foster Wallace, un altro grande pensatore e brillantissimo scrittore, il quale ha saputo cogliere più e meglio di molti altri il tempo e lo spazio nel quale è stato chiamato a vivere.